I ricordi. Quale strumento di tortura è più adeguato per ridestare pensieri assopiti che avevo accantonati volutamente in una dimensione sconosciuta, imbevuti in un liquido agrodolce affinchè le loro spine non fossero pungenti? Ricordi e rimorsi, rimorsi e ricordi. Rimorsi di qualcosa che non ho vissuto, detto, fatto, sacrificato…di cui non ho riso, pianto, sofferto. Ora da qui, da questa finestra lontana spazio tempo da quei ricordi, m’immergo nel desiderio irrefrenabile di amore materno, un amore strappatomi ancora acerbo, che di qui a poco diverrà bisogno insostenibile.
Era stato un leggero soffio di vento a ridestarmi? O il chiassoso vociare di bambini nello scompartimento accanto al mio? Non ero riuscito ancora a rendermene conto quando, quasi subito, presi coscienza di chi fossi e di dove mi trovassi. Il ricordo della voce di mio fratello al telefono mi balenò alla mente, insieme alle amare sensazioni provate.
“Devi partire immediatamente, la mamma sta male!” Quelle parole scivolarono taglienti sul mio corpo, insieme alle mille lacrime, quelle lacrime così difficilmente palesate prima di allora. Ed era lì che quel treno sul quale viaggiavo mi avrebbe trascinato, dalla persona che mi amava di più al mondo, e che ancora non sapevo di amare più di me stesso.
La malattia di mia madre, in realtà, per me non era mai esistita. Mi ripetevo in continuazione, stupidamente, che da un giorno all’altro tutto sarebbe finito. Tutti quelli aghi, quelle siringhe, le notti insonni e il trepidare del cuore che scandivano le ore della mia giornata, erano tutte una farsa, una messa in scena. Ed ogni giorno lì, seduto accanto a mia madre, aspettavo che qualcuno entrasse da quella porta e gridasse: ” complimenti! Ci siete cascati! “.
Quel giorno, su quel treno era dicembre, ma da fuori le mani guantate del vento mi acarezzavano svogliatamente ed io non riuscivo ad avvertire nulla se non il divertito fischiare del treno che, beffeggiandomi, mi annunciava il solerte arrivo nel mio suolo natio. Mio fratello era lì ad aspettarmi e la smorfia di dolore, mal celata sul suo viso, fu più dirompente di ogni altra parola. Un saluto distratto, un sorriso costretto, mi lasciarono presagire un tremendo finale. Il bagliore delle luci metropolitane era l’unica compagnia donatami da quel muro di silenzio in cui ero imprigionato durante l’ultima tappa del mio viaggio. Io e me stesso…non ricordo più nulla. La mia brama di scivolare finalmente nella verità era frenata dall’incombente presenza di quell’ospite ben noto che era la paura, insidiatasi in me senza che qualcuno avesse approvato il suo invito. Avrei continuato a marciare nella mia bella farsa di mondo. Ma per quanto tempo ancora?
S’intravedevano dal finestrino della macchina le ombre della gente dentro la mia casa, fantasmi dentro la mia anima. Il battito del mio cuore scandiva ogni mio passo, ed ogni mio passo esperiva, impotente, il distorcersi del tempo. Un solo secondo per me diventava eternità. La porta di casa si aprì al mio giungere quasi inavvertitamente, come fosse stanca di aspettare. Non appena entrai il mio sguardo, involontariamente, indirizzò la sua attenzione verso una figura in piedi, immobile, al piano di sopra, intravista dalle ringhiere della scala. In un attimo la riconobbe: era un uomo alto, smagrito, marchiato irrimediabilmente da quel beffardo tocco del destino. Era mio padre.
Il suo viso, alla mia vista, cambiò espressione molto lentamente, come se aspettasse da me il consenso. Riabbassai lo sguardo, fingendo di non capire e mi accinsi ad attraversare l’atrio angusto, alla fine del quale c’era la stanza da letto. Mai quel lembo di casa mi era parso tanto grande. Dopo quell’istante rividi mia madre. Ostile e silenziosa mi sembrava l’aria che respiravo; gracile e bellissima giacevà lì, su di un letto troppo grande per lei, la persona più importante della mia vita. Ed io immobile, fissi gli occhi su di lei, non riuscivo ad afferrare lo spazio che la circondava. Ansimavo, impotente alla vista di cotanta dolcezza, annaspavo, quasi mi mancasse il respiro; i suoi occhi, seppur serrati sembravano guardarmi e sorridermi, un sorriso mesto e rassegnato di chi è consapevole che non li riaprirà mai più. La voce di mia zia riuscì a rompere quel mancato incantesimo :” La mamma ti chiamava pochi istanti fa, voleva parlarti”. L’assoluta certezza che solo un minuto fosse stato il responsabile dell’impossibilità di assaporare per l’ultima volta il dolce miele delle sue parole, provocò in me un oceano straripante di emozioni, culminante in un pianto disperante quanto disperato. In quell’istante una lacrima scese giù dagli occhi di mia madre, riuscivo quasi ad assaporarne la dolcezza. Avrei voluto dissetarmi a quella fonte per il resto dei miei giorni ma sapevo che era impossibile, e la mia punizione, forse, iniziava proprio da lì.
Sono stato sempre un bambino introverso e un ragazzo di poche parole, ma le uniche parole che avrei voluto dire davvero sono rimaste lì intrappolate in quella lacrima sul viso di mia madre. Ed io avrò sempre sete… sete di quel breve sorso di tempo.





