» Lettera a un giornalista disorientato


Lettera a un giornalista disorientato

Il gioco, come lo intendono i bambini, è una cosa molto seria e persino il riso, nel suo essere manifestazione di uno sguardo straniante che ci permette di osservarci da fuori, è cosa serissima.
È molto serio interrogarsi su cosa sia necessario in teatro, su quale sia il senso originario del fare teatro. Ci interroghiamo continuamente sul senso del nostro lavoro, fermandoci sempre un passo prima del lavoro del teorico, al quale noi stessi vorremmo chiedere cosa stiamo facendo, perché i processi creativi vivono in una dimensione spesso inesplicabile di cui non si riesce ad essere completamente coscienti all’atto della creazione.

Avendo seguito l’intero ciclo del Ramlila di Ramnagar, nell’India del nord, ho capito che il teatro ha senso almeno in un caso: quando c’è una comunità che si raccoglie intorno al fatto teatrale e con questo si riconosce e si rappresenta.

È difficile ritrovare condizioni simili nel teatro italiano di oggi: ci sono le recite gastronomiche degli stabili, le provocazioni della ricerca destinate a una ristretta tribù, e una moltiplicazione di fenomeni che mi trova d’accordo nel definire la situazione parlando di “teatri”, piuttosto che di “teatro” e di “spettatori” o “pubblici”, piuttosto che di “pubblico”. La motivazione profonda che ci ha spinto in un luogo di sperimentazione quale vuole essere Youdrama è senz’altro il tentativo di costituire una comunità teatrale a partire da possibilità del tutto nuove, consentite dalla tecnologia delle reti.

Ci siamo domandati quale poteva essere una modalità per costituire una comunità che trovasse nel fatto teatrale un luogo e un momento di incontro, ci siamo posti il problema di come sfruttare l’enorme potenziale del web 2.0 e dei social network, che riescono efficacemente a tenere in contatto le persone nonostante gli ostacoli spazio-temporali. Ci siamo domandati come riuscire a mettere in scena l’immaginario condiviso di una comunità, cercando di scoprirne i temi, gli incubi, i sogni, le nevrosi, le visioni abbastanza forti da dar corpo a un materiale dal chiaro potenziale drammatico.

Guardando in avanti avevamo quindi la prospettiva di un lavoro tutto da inventare che avrebbe trovato in internet un strumento di realizzazione. Guardando indietro avevamo invece tutte le esperienze ti teatro interattivo e di coinvolgimento del pubblico, primo fra tutti il teatro di Augusto Boal.

Il lavoro del gruppo sui testi invitati dai visitatori del sito è un lavoro complesso, che parte da una lettura attenta e completa, volta a impregnare l’immaginario degli attori di elementi luminosi, che sprigionano tutto il loro potenziale durante il lavoro d’improvvisazione, preparatorio alla messa in scena.

Il nostro è a tutt’oggi un esperimento in corso, dagli esiti spesso incerti; non sappiamo dove ci porterà, navighiamo a vista, e per questo dobbiamo continuamente avere grande padronanza dell’imbarcazione. Ma una cosa è certa: non è possibile dimenticare da dove siamo partiti. All’origine c’è sempre una domanda e in questo caso corrisponde alla necessità di indagare a quali condizioni una comunità di esseri umani si possa ancora ritrovare intorno al fuoco del teatro per raccontarsi delle storie e collocarsi fra la terra e il cielo.

Alla fine del viaggio, non è detto che scopriremo una terra nuova. Può darsi – e infondo ci auguriamo – che circumnavighermo il globo per tornare a casa.

Condividi:
  • Facebook
  • MySpace
  • TwitThis
  • Live
  • E-mail this story to a friend!

Post a Comment

You must be logged in to post a comment.