» In bicicletta lungo il Rio Melo


In bicicletta lungo il Rio Melo

Al tramonto di una giornata di metà Aprile, dopo la pioggia del pomeriggio, l’aria è tersa e i profumi terrosi mi invitano verso il fiume  Rio Melo , si fa per dire fiume . E un rigagnolo di acqua maleodorante in estate e a rischio di piene in autunno e primavera.
Gli argini naturali di argilla sono ricchi di canneti che nessuno toglie.  Vicino c’è la vecchia fornace che utilizzava  quell’ argilla per la produzione di mattoni. Da piccola , insieme alle mie amiche, andavo a curiosare, e mi affascinava  tutto il sistema di trasporto dell’argilla, della sua formatura e del rullo su di una carrucola che immetteva i mattoni crudi nel forno.
Gli operai a torso nudo erano uno spettacolo degno dei film dell’antica roma in tv. Alla fine della giornata andavo a sottrarre dei  pani di argilla che portavo furtivamente a casa per lavorarli nei pomeriggi estivi. Insieme alla mia amica creativa modellavamo piccoli oggetti che lasciavamo seccare al sole e poi vendevamo in Via Ceccarini ai genitori di bimbi che si fermavano a guardare noi , più che i piattini, vasetti e posacenere. Il loro prezzo era di 5 lire ognuno . Ci fruttavano un gruzzoletto che con slancio ed emozione andavamo subito a tramutare in ghiaccioli al vicino Bar tilde. Fino a 7 ghiaccioli  in un pomeriggio rinfrescavano le nostre gole!.
Quando ero fuori dalla fornace il mio sguardo scorreva lento lungo il margine di quell’altissimo camino che serviva a mandare in alto il fumo del forno per la cottura dell’argilla. Le nuvole vere a volte si toccavano con quelle sbuffate di fumo emesse da quel sigaro gigantesco.
Impatto ambientale ( allora non si diceva così, neanche  a pensarci!)  sostenibile perché l’uso dell’argilla era dal produttore al consumatore, che era mio padre  insieme ai suoi fratelli costruttori edili degli anni ’60.
La CO 2 era  compatibile con le emissione contemporanee dei polmoni degli oprai, dell’attrito delle gomme di biciclette  lungo la strada adiacente, dei treni di passaggio alla ferrovia almeno 4 volte al giorno e delle auto dell’epoca: 1 ogni 10 famiglie. La CO2  veniva subito utilizzata dalle piante del parco Cicchetti che si propagava libero di crescere quasi selvaggio appena di fronte al Rio Melo e alla fornace. In tutta la zona in estate c’era  una fragranza unica:  odore di clorofilla con una punta di tabacco (fumo del camino) e fieno appena raccolto dei campi coltivati lì intorno. EAU de TERRE si poteva definire. TOTAL BODY END SOUL degno della firma prestigiosa di un maestro profumiere.
Pedalo lentamente dirigendomi verso l’unico squarcio di azzurro visibile da questo dedalo di case e palazzi che ovunque nasconde una parte di cielo.
Neanche dal mare è possibile godere dei colori accesi del tramonto perché gli alberghi proiettano la loro ombra  precocemente, verso la spiaggia.
L’unico posto a me vicino rimane la pista ciclabile che costeggia il fiume, quel rigagnolo inquinato e dimenticato che scorre in mezzo al paese, ma un po’ decentrato rispetto al vero centro del passeggio. Il canneto sempre rigoglioso sulle sue rive contribuisce a nasconderlo pudicamente o vergognosamente agli sguardi dei distratti.
La vecchia fornace resiste da alcuni decenni in attesa di una sua definitiva destinazione d’uso e questa ostinazione a non crollare ostacolando  il vero scopo di pochi interessati  ( alcune imprese edili per mettere su qualche appartamentino per i single e le giovani coppie, così qualche monolocale qua e là, tra ampi bilocali!),  mi intenerisce il cuore. Quante volte la sera, quando avevo solo 12 o 13 anni, d’estate dopo 12 ore di lavoro, prendevo la bicicletta e risalivo la salitina  che la costeggia e a velocità massima mi lanciavo  in discesa, lasciando esplodere un grido che rimbombava dentro di me, era un grido di  libertà! Nessuno poteva togliermi quella vista  del “mio” tramonto e quell’aria fresca della sera e nessuno poteva sentire neanche il mio urlo di espansione dei miei 12 anni passati tra lo studio e il lavoro estivo senza sosta….
Osservo i cambiamenti del paesaggio lì intorno….Gli interessi economici urgenti hanno velocizzato una parte del progetto dell’intera area, e la palazzina semicircolare con dozzine di appartamenti , a poca distanza dalla vecchia fornace, sta per essere ultimata. Una costruzione osteggiata da molti cittadini  perché non curante del limite di distanza di rispetto del vecchio cimitero.Una costruzione a dire il vero neanche brutta, se confrontata con altre. Bisogna pur trovare qualche lato positivo nei cambiamenti che avvengono nel tempo,  di ciò che c’è intorno!
Gli archi alternati a colonnine sui terrazzi ingentiliscono la facciata e …poi  quell’appartamento proprio lì al limite tra un lato e l’altro del complesso, mi attira. Un angolo smussato con 3 archi ha una visuale che forse pochi possono apprezzare. Il vecchio cimitero è lì davanti con le sue mura ingiallite, con i cipressi che spuntano da dentro, con le torrette degli angoli e i tetti delle cappelle delle famiglie abbienti…
Posto e visuale che solo ora apprezzo perché vedo un contatto tra vecchio  e nuovo.
Dopo la morte di mio padre, una delle poche volte che ci sono entrata è stato per il suo funerale e di recente per quello di mia madre. Entrambi li ho lasciati lì,  insieme a un pezzo di me e non ce la faccio a tornarci, serena.
Chissà quanto resisteranno quelle mura a proteggere i nostri vecchi lì sepolti!.
Mentre percorro la pista ciclabile, spazio con lo sguardo notando solo 2 persone che portano a spasso i loro fidati e amati cani. Mi sollevo sopra la testa il cappuccio  del giubbotto di jeans  e incrocio un uomo brizzolato e ancora piacente che mi sorride audace.
Penso che di sicuro mi ha scambiato per una Ucraina!
Ce ne sono parecchie impiegate come badanti e si riuniscono al pomeriggio , nelle 2 ore libere che hanno, per incontrarsi tra loro, in un giardinetto  a metà di via Ceccarini.
In paese, vicino alla biblioteca, c’è un centro chiamato arcobaleno, per l’assistenza agli immigrati. E’ lì da 10 anni, segno di una sensibilità verso gli stranieri che consegue a quella proverbiale verso i “forestieri” che dal dopoguerra in poi ci hanno dato ricchezza e benessere.
Soprattutto verso i tedeschi sono stati rivolti  gli inchini e i sorrisi più ospitali, anche se bisognava turarsi il naso per i ricordi dell’occupazione…
Peccato che un lieve cambiamento nell’ospitalità non è sfuggito al mio senso di osservazione. Ogni volta che passo davanti all’edicola, di pomeriggio , vedo tante donne che parlano animatamente tra di loro, e tutte in piedi. Cerco con lo sguardo le panchine che utilizzavo anche io quando portavo qualche anno fa le mie figlie ai giochi nello stesso parco. Forse le donne ucraine vanno di fretta… ma dopo 2 ore, ripasso e sono ancora lì, in piedi. Dove c’erano le gambe delle panchine, infisse nel cemento ci sono i segni della loro estirpazione.
Ma forse è stato per fare più spazio, o forse perché loro sono abituate a spostarsi e anche a stare in piedi, raramente qualcuno qua le invita a sedersi al loro fianco. Mah! dimenticavo: i nostri uomini attempati sono molto gentili con loro e addirittura le invitano a fare un giro sulle loro auto!
Proseguendo mi accorgo che i campi lungo gli argini del fiume e lievemente collinari sono ancora rigogliosi di erbe selvatiche.
Le stesse che da piccola andavo a raccogliere in primavera con mia mamma che mi insegnava a distinguerle da quelle non buone.
Tornando indietro incrocio di nuovo il signore coi 2 cani che smagliante mi saluta con un audace “Ciao”.
Decisamente mi ha preso per una Ucraina anche se ho buttato indietro il cappuccio con l’intenzione di mostrarmi così come sono, del luogo…ma forse il mio gesto è stato frainteso per una piccola civetteria.
Riguardo il vecchio cimitero  da lontano con la luce più intensamente rosata tendente al madreperlaceo azzurro intenso della sera…L’ora blu!  E mi sembra così profondamente sincero nel suo profilo e nel suo resistere anch’esso al tempo e alla distruzione.
Poco lontano , dall’altra parte della statale al di là del cimitero c’è una antica casa colonica coi muri spessi e un bellissimo giardino che 50 anni fa era un’aia per i polli dei fattori che la abitavano.
In progetto c’è di demolirla e di costruirci un centro commerciale. Non che ce ne sia bisogno. Ma Cattolica ne ha 1, Rimini, 2 e noi nessuno!!
La maestra  ci portava a maggio a piedi dalla scuola elementare, distante 100 metri,  in una piacevole uscita didattica a mangiare le ciliegie che la figlia del fattore ci invitare a gustare nel suo immenso paradiso..
In pochi metri tanta storia breve di questa recente città. che non avendo radici profonde tenta il ricambio continuo con un restailing indefesso , demolendo e cancellando ,   vergognosa,    le tracce delle sue rughe.

Condividi:
  • Facebook
  • MySpace
  • TwitThis
  • Live
  • E-mail this story to a friend!

2 commenti

  1. Pubblicato marzo 2, 2009 il 12:54 am | Permalink

    una bella descrizione di un angolo di riccione che serba così tanti ricordi…mi è piaciuto, e mi piacerà lavoraci sopra.

  2. Pubblicato marzo 2, 2009 il 12:30 pm | Permalink

    Il racconto scorre via piuttosto piacevole, e non privo di una certa puntina di sarcasmo, che non guasta mai.

Post a Comment

You must be logged in to post a comment.