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Eichmann

Tra pochi istanti comincerà il mio viaggio verso la morte. Tanto prima o poi saranno qui. Meglio sia io a decidere quando e come morire. Conosco bene quel macabro e silenzioso rituale che viene recitato prima dell’esecuzione. Prima di eliminarti vogliono vedere la paura nei tuoi occhi. Vogliono vederti piangere e supplicare come un verme. E’ un modo paradossalmente di ristabilire la loro autorità: tanto poi ti uccideranno come un cane. A che serve ‘rieducare’ un morto?

Non gli offrirò questo pietoso spettacolo.

Tutto è cominciato un mese fa.

“Domani parti”, mi avevano detto di punto in bianco.

“Il lavoro è il solito, ma questa volta vogliamo darti un incarico di grande responsabilità. Sai che abbiamo grande fiducia in te. Hai sempre lavorato bene”.

In effetti non posso negare di essere un perfezionista. Sul lavoro non lascio nulla al caso. Pianifico ogni particolare nei minimi dettagli. Forse per questo mi sono guadagnato il soprannome di Eichmann: come quel tizio che, durante il nazismo, pianificava scrupolosamente i viaggi degli ebrei verso i campi di concentramento.

Ormai tutti, nell’ambiente, mi chiamano così. La cosa, per la verità, non mi dispiace. Anzi, ho sempre ammirato l’impeccabile organizzazione di quella terribile macchina della morte che era il regime nazista. In ogni contesto, anche il più crudele, ci sono aspetti positivi. E l’ordine, la perfezione, per me sono essenziali.

Stefania mi sfotte sempre per questa mia fissazione. Dice che sono paranoico. Che sono incapace di godermi la vita perché passo la maggior parte del tempo a pianificare ogni minimo aspetto della mia – della nostra – esistenza.

Be’, ha torto. Se ora mi trovo in questa assurda situazione è anche a causa sua: per una volta nella vita mi sono lasciato andare. E dovrò pagare la mia imprudenza con la morte.

Sono partito per Bogotà una afosa domenica mattina. Stefania mi ha accompagnato all’aeroporto. Era contenta: le avevo promesso che al ritorno avremmo fatto un lungo viaggio. Anzi, probabilmente la nostra vita sarebbe stata una lunga vacanza senza fine. Chissà se aveva intuito qualcosa. In ogni caso, come al solito, non mi chiese nulla. Mi baciò ed io salii sull’aereo pregando che tutto andasse secondo i piani.

Questa volta dovevo incontrare i vertici dell’organizzazione colombiana, non più i pesci piccoli. Molti dei nostri precedenti contatti erano finiti in galera. Il nuovo Presidente dello Stato sudamericano ha da tempo intrapreso una dura lotta contro il narcotraffico che pare, almeno in parte, aver raggiunto l’obiettivo sperato.

La maggior parte delle piantagioni di foglie di coca sono state completamente rase al suolo dall’esercito; quei poveracci dei coltivatori sono stati messi in carcere in regime speciale, con la promessa che se avessero parlato avrebbero beneficiato di uno sconto di pena.

Così quei miserabili hanno iniziato a far nomi; e dai pesci piccoli si è risaliti fin quasi ai vertici dell’organizzazione.

Quasi ai vertici, però.

Perché ai piani alti ci sono sempre i soliti. Quelli che hanno coperture politiche forti. Quelli che sono vicini all’esercito, se non ne sono addirittura parte integrante. Ed il loro potere, oggi, è ancora più forte, perché la concorrenza è stata spazzata via. Che fosse questo, alla fine dei conti, l’obiettivo del nuovo Presidente ‘giustizialista’? Io credo di si.

Arrivare a Bogotà mi mette sempre a disagio. Sarà per l’altitudine, o sarà forse per la mia intolleranza per il pressappochismo dei sudamericani. Per loro ogni cosa sembra semplice, e tutto è inevitabilmente approssimativo e senza regole. Tutto ciò mi manda in bestia!

E poi, certo, il mio nuovo incarico mi mette tensione. E’ la prima volta che la mia organizzazione mi attribuisce un ruolo così importante.

In sostanza devo pianificare il viaggio della coca dalla Colombia alla Calabria. Quasi come Eichmann: lui organizzava il viaggio di essere umani verso la morte; io organizzo il viaggio della morte verso gli essere umani; verso uomini che, a forza di incipriarsi il naso in qualche festino pieno di mignotte, prima o poi finiscono su un tavolo d’obitorio con il cuore esploso come un palloncino.

Tutto ciò mi provoca una sorta di piacere perverso nell’eseguire il mio lavoro.

La sciatteria ed il vizio uccidono.

Gli aerei con il prezioso carico in genere partono dal nord della Colombia. Si tratta di piccoli velivoli che volando a bassa quota raggiungono, clandestinamente, l’America del nord. Ovviamente non possono atterrare in un qualsiasi aeroporto. Per questo la mia organizzazione che, giustamente, non si fida dei sudamericani, pretende che sia io a pianificare tutto.

Un nostro uomo si piazza in prossimità del punto d’atterraggio prestabilito. In genere si tratta di una zona disabitata in uno Stato del sud degli USA. L’aero atterra su una normale strada, dove di solito circola solamente qualche boscaiolo pieno di birra con il suo pick-up. Ovviamente ogni eventualità viene presa in considerazione: finti agenti provvedono a bloccare il passaggio di veicoli con la scusa di un incidente o di lavori in corso.

Così possiamo agire in tutta tranquillità. L’aereo atterra, il carico viene prelevato e subito disposto sui furgoni in attesa. E il viaggio della preziosa merce inizia, per la gioia di milioni di consumatori finali.

Una parte della droga, ovviamente, si ferma in America, dove verrà ulteriormente lavorata e poi smerciata nel florido mercato statunitense. La maggio parte, però, arriverà direttamente da noi, nei nostri laboratori calabresi. Per poi finire in tutta Europa, grazie all’efficiente lavoro dei nostri affiliati.

Ovviamente il viaggio è lungo, perchè avviene per lo più via terra e via mare, non certo in aereo. Ma ne vale la pena. Siamo la più grossa organizzazione criminale del mondo. I nostri profitti fanno invidia al bilancio di qualsiasi grande corporation. Non abbiamo rivali. I siciliani, ormai, sono fuori dal giro: parlano troppo, si pentono come donnicciole isteriche e i pezzi grossi, ormai, se ne stanno in una gabbia per topi in regime di 41-bis.

Il colpaccio l’avevo studiato a tavolino. L’avevo rivisto in modo quasi maniacale centinaia di volte. Tutto avrebbe funzionato alla perfezione.

Parte del carico non sarebbe mai giunto a destinazione. Perchè avevo deciso che il mio lavoro valeva molto di più di quanto non fosse retribuito dall’organizzazione.

Avevo intuito che i paesi arabi ormai sono un mercato in forte espansione, che può dare grandi soddisfazioni. Dubai, con il suo brulicare di affaristi, finanzieri, faccendieri, sfruttatori, è ormai il nuovo punto di riferimento del business del medio-oriente. E la coca non può mancare in ogni contesto affaristico.

Così, all’insaputa dei miei capi, una parte della merce l’avevo dirottata proprio a Dubai, dove – come avevo previsto – non avevo avuto alcun problema a smerciarla ad un prezzo di gran lunga superiore a quello pagato dai pidocchiosi europei. Il gioco era fatto. I proventi erano stati dirottati immediatamente (grazie all’efficienza delle finanziarie arabe) verso un paradiso fiscale, dove avevo aperto alcuni conti correnti intestati a società fiduciarie che, nel giro di poco, avrebbero ritrasferito il denaro ad altre numerose società, simulando così l’apparenza di una operatività in realtà del tutto inesistente.

Nessuno sarebbe riuscito a risalire al reale beneficiario dell’operazione. Una volta tanto potevo godermi i frutti del mio lavoro. Senza spartire nulla con nessuno.

Avrei dovuto chiamare Stefania e farmi raggiungere direttamente a Dubai. Da lì saremmo partiti per un qualsiasi paese tropicale e ci saremmo goduti l’eterna vacanza. Ma non avevo resistito. Volevo vedere Stefania il prima possibile. Così mi sono imbarcato sul primo aereo per Milano. All’arrivo ho preso una stanza in un anonimo albergo per papponi e puttane ed ho atteso che lei mi raggiungesse.

Ma qualcuno, evidentemente, aveva parlato. E mi avevano scoperto.

Il tizio parcheggiato qua sotto da qualche ora lo conosco. E’ uno che fa il lavoro sporco. Uno che aspetta, paziente, che la preda sia vulnerabile. Per poi eliminarla e tornarsene tranquillamente da dove è venuto: nel ventre protettivo del sud.

Ho preso la siringa dalla valigetta.

Lo ammetto, anch’io ho un piccolo vizio. Ogni tanto mi buco. Non m’interessa la cocaina, quella la lascio agli esaltati che vogliono per qualche istante sentirsi eccitati per uscire dal malinconico piattume della loro esistenza.

Io preferisco l’eroina.

Mentre in televisione scorrono silenziose le immagini del telegiornale mi preparo l’ultima dose. Quella letale.

Mi siedo vicino alla finestra. Stendo il braccio sinistro, appoggiandolo sul traballante comodino, e inizio ad iniettarmi il veleno che mi porterà stordito verso la morte.

Il televisore, in sottofondo, continua a gracchiare.

“Maxi retata in Calabria. Decapitati i vertici della ‘ndrangheta. Soddisfazione da parte del Procuratore generale antimafia. Ora si cercano i pesci piccoli”.

Fuori si sente un gran trambusto. I miei sensi ormai sono ovattati, ma provo a guardare fuori dalla finestra, anche se faccio fatica a tenere su la testa. Attorno alla macchina del mio boia si materializzano dal nulla uomini con giubbotto antiproiettile e mitra spianati. Sono i nuclei speciali antimafia. In pochi minuti prelevano il tizio, lo caricano a forza su una macchina e lo portano via.

Tutto torna tranquillo.

Ed io sto morendo.

Inutilmente e banalmente.

Come inutile e banale è il male.

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6 commenti

  1. Pubblicato marzo 2, 2009 il 12:56 am | Permalink

    segnalatoci dalla nostra ospite..contenta?

  2. Pubblicato marzo 2, 2009 il 12:57 am | Permalink

    pardòn, contento?

  3. Pubblicato marzo 2, 2009 il 12:39 pm | Permalink

    Si legge tutto d’un fiato, è piuttosto avvincente, grazie e complimenti.

  4. Pubblicato marzo 2, 2009 il 7:11 pm | Permalink

    mi piace molto lo stile e il ritmo narrativo, bravo, complimenti.

  5. Pubblicato marzo 15, 2009 il 5:57 pm | Permalink

    ottimo, veramente avvincente

  6. Pubblicato marzo 28, 2009 il 12:03 am | Permalink

    Complimenti, il tuo testo è stato selezionato per la puntata di YOUDRAMA del 28 marzo. Ci vediamo a teatro!

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