ciao Ragazzi,
you drama mi sembra una cosa veramente carina e intelligente.
Voglio dare il mio contributo, spedendovi una di quelle cose che scrivo per me e per le mie figlie, per raccontare loro la “Riccione” che non hanno mai visto.
Buon lavoro.
FAbio Pecci
Nel 1972 la mia famiglia si trasferì da viale Rimini a viale Romagna, poco distante ma sopra “le discese”.
In buona parte del territorio riccionese ancora oggi dopo che le strade sono state fatte e rifatte, resistono le discese. Tutte allineate danno un profilo a scalino alla città e per noi, allora bambini, erano un limite ben definito.
Le chiamavamo “le discese”, per non ricordarci la fatica che si doveva fare a percorrerle verso monte in bicicletta. Una bici con i rapporti (gli “scambi”) era ancora relativamente rara tra noi ragazzi e le gambe facevano la differenza.
Ricordo ancora che capiì l’importanza degli “scambi” il giorno che tornando da scuola ( le elementari di viale Cervia) Luca Ravaioli ( da non confondere con l’altro Luca del gruppo : Peruzzini) mi superò mentre io spingevo come un forsennato sui pedali della mia Bianchi. Mi mise una mano sulla spalla, un sorriso e filò via come il vento….. aveva i rapporti anche davanti, non solo dietro.
Oltre ai rapporti alla bici ci mancavano tante cose, ma sento ancora oggi che eravamo più ricchi allora di quanto non lo siano i nostri figli oggi, che come si dice spesso “hanno tutto”.
Riuscivamo a godere della bellezza del poco, ci ingegnavamo per far fruttare al meglio due bastoni, per giocare a calcio ci toglievamo le maglie e quelle diventavano i pali, un filo teso tra due punti era la rete da pallavolo, e di quei pomeriggi ho ricordi sereni, profumati, vivi.
Al piano di sopra dopo qualche tempo venne ad abitare “Bila”. Era il più piccolo di noi ma era per me un buon compagno di giochi. Spesso quando si facevano le “cose da grandi” veniva estromesso dal gruppo per non dover poi incappare nelle ire di sua mamma; ci guardava arrabbiato partire in bici mentre lo salutavamo con la mano gridando : “ Bilaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”
Abitavo in viale Romagna nella casa che c’è ancora oggi a fianco dell’entrata del parco della Resistenza, al numero 25.
Solo che allora il parco non c’era.
Il parco della resistenza era un terreno composto da due poderi, con due case di contadini. Una di esse c’è ancora di fronte alla pista di pattinaggio, l’altra è stata abbattuta.
Le collinette non c’erano: sono state ricavate con la terra scavata per fare i due laghetti: era una grande spianata di terra nel cuore della città che cresceva, iniziava allora a crescere a ritmi che 30 anni dopo abbiamo iniziato a riconsiderare.
Passavamo pomeriggi interminabili con Giorgio Pazzaglini, a giocare nei campi, a rincorrere lucertole con la paura di incontrare qualche biscia o peggio ( ma le vipere non ci sono mai state), a costruire le case sugli alberi, a giocare alla guerra – dove però vinceva chi faceva prigionieri e non chi uccideva – .
E quando si litigava, qualche volta volava anche qualche tozzone, ma sempre tra amici, senza l’idea di far male. Fare uscire il sangue dal naso a qualcuno e farlo piangere, ti costava l’etichetta di cattivo, da tenere a distanza; non ti veniva certo dato il diploma di “duro”.
Avremmo pagato per avere un campo battuto senza coltivazioni, per correre dietro ad un pallone. Per qualche tempo giocammo dove ora c’è il Conad Romagna e le palazzine bianche che hanno costruito poi.
Era un terreno sconnesso che abbiamo appiattito a forza di correrci sopra. La riga laterale del campo era un canneto, dall’altra parte il terreno di gioco finiva dove le zolle erano troppo alte e la palla si muoveva come in un flipper. Allora, quando la palla arrivava lì si urlava: “fuori” e qualcuno faceva la rimessa dalla linea immaginaria. I pali erano dei mattoni. E quei mattoni erano NOSTRI e nessuno li poteva spostare senza chiederci il permesso.
Campetto improponibile oggi; noi papà e mamme non manderemmo mai i nostri figli a giocare in un campo così, con tante possibilità di infortunio, qualche vetro (che noi raccoglievamo o per giocarci o per ammucchiarlo dove stavano tutti i vetri, lontano dalle traiettorie del pallone), arbusti spinosi e ortiche.
Eppure lì posso dire di aver giocato contro Ceramicola e Gaudenzi, riccionesi che poi sono arrivati al grande calcio professionistico, alle grandi squadre, fino alla champion’s.
Ma l’epopea dei nostri giorni fu contro gli americani, specialmente durante il cantiere per la realizzazione del parco.
Un giorno arrivò la notizia:
i contadini se ne vanno e il comune fa un parco !
Vidi Giorgio lasciare la casa, il “nostro” terreno e le ruspe abbattere la sua casa.
I lavori durarono a lungo e il cantiere ci lasciava a disposizione di tutto. Ci sentivamo i ragazzi della via Pal della Romagna.
Legno, ferro, viti, dadi, corde, ogni ben di Dio per noi; gli scarti del cantiere erano la nostra ludoteca.
In via Monte Bianco però, abitavano tutti i figli degli americani che lavoravano all’aereoporto di di Miramare. E se quando c’erano i poderi non li vedevamo neanche, la “terra di nessuno” che il cantiere del parco aveva creato, ci fece incontrare.
I nostri discorsi si svolgevano con i riccionesi che parlavano come gli indiani di Tex Willer ( io essere amico, mio nome Fabio e ……iù) e gli americani che cercavan di farsi capire in inglese. Se avessimo potuto riprendere quei primi incontri, oggi si che ci sarebbe da ridere.
Non si sa bene come accadde, ma diventammo nemici un giorno.
Sembra che i ragazzi americani andassero nei pressi del nostro campetto da calcio e facessero uno strano gioco con una pallina e dei bastoni…. Il baseball.
Ho dei ricordi confusi ma qualche anno dopo dove giocavamo a calcio c’erano le basi, il diamante con le stesse linee immaginarie del campo da calcio e nasceva una squadra di Baseball che poi ha regalato alla città tantissime soddisfazioni.
Ma torniamo agli americani……. Loro cercavano di insegnarci il baseball, ma avevano i guantoni; e noi cercavamo di portarli al calcio….. credo che da una discussione sportiva sia nata la frattura e da allora, tra noi di via Romagna e dintorni e gli americani della base era “guerra dichiarata”.
Poteva capitare che uno di noi o di loro fosse rincorso da un gruppo di nemici solo per essere spaventato. Ricordo che una volta io fui raggiunto e venni sottoposto all’immobilizzazione. Poi per “punizione” mi sputarono sulle scarpe e se ne andarono. In verità mi sputarono anche sulle ginocchia nude che i pantaloni corti lasciavano scoperte….. ma ancora oggi mi piace ricordare che hanno colpito solo le scarpe.
Mio padre andò anche a cercarli perché io mi ero spaventato molto, per cercare di riportare la pace. Ma erano spariti.
Allora come facevamo spesso, una strisciata di scarpe nell’erba per pulirla e una mezza sgridata dal babbo ( “te da stè tent, lasa andè”), bastava per dimenticare tutto.
Cosa mai avevo fatto? Avevo invaso la loro fetta di parco (che intanto iniziava ad abbozzarsi).
Le buche dei laghetti c’erano già e di conseguenza le collinette. Una legge non scritta diceva che gli americani non potevano venire oltre le collinette (dove c’erano quasi sempre le nostre sentinelle che in caso di invasione inforcavano la bici e chiamava il gruppo).
Noi però non potevamo andare oltre la zona dove ora c’è la scuola per l’infanzia “mimosa”. Alla ricerca di “guitar” il mio gatto bianco avevo sconfinato e quindi la pattuglia degli americani mi aveva beccato.
Raccontai al gruppo la mia disavventura e come in un grande gioco del telefono senza fili dopo un po’ tutti sapevano io ero stato ridotto in fin di vita dagli americani.
Bisognava vendicarsi !!
Allora: riunione nella zona del cancello del parco, dove non potevamo essere visti e si decide la strategia.
“Bila te non vieni che dopo la tua mamma……..” fu una delle prime frasi pronunciate.
Attuazione del piano:
Uno fa finta di sconfinare per sbaglio, mentre gi altri sono tutti a terra schiacciati sulla collinetta (quella dove oggi c’è la zona giochi per i piccoli).
Dopo un po’ di tempo spuntano due ragazzini americani, lì per caso. Non fanno a tempo ad avvicinarsi alla nostra esca che 10/12 di noi sbucano urlando “all’attacco”, con in mano le fionde e qualche sasso.
I due malcapitati fuggono facendoci capire perché le olimpiadi le vincevano sempre loro. Con il fuoco sotto le scarpe arrivano a via Montebianco e noi dietro….. io più indietro degli altri, memore del precedente incontro e delle parole di mio padre.
Ma facciamo male i nostri conti.
Dalle finestre iniziano a sbucare tante faccette bionde e in men che non si dica si organizzano.
Ci fronteggiamo per diversi minuti avanzando e arretrando, senza far niente di più.
Sembra che possa andare avanti così per molto tempo, e qualcuno inizia a parlare di un incontro tra “i capi” per chiarire tutto.
Ma tra le fila degli americani arrivano i ragazzi più grandi…….. non hanno voglia di trattare e in poco tempo parte una sassaiola fittissima nei nostri confronti.
Ci ripariamo dietro alla collinetta di terra che c’era, proprio dove oggi hanno realizzato il recinto per le sgambate libere dei cani.
Gli americani sembrano avanzare e la sassaiola ci tiene in scacco.
Poi la svolta!
Di scatto, senza dire niente a nessuno, Alfredo (detto Fredino) si alza in piedi con un’asse di quelle usate per fare gli spigoli al cemento, trovata li in terra.
La brandisce sopra la spalla destra con fare minaccioso.
Dalle fila degli americani parte un sasso nella sua direzione. Fredo apre le gambe, le flette e fa roteare il legno.
Si sente un “toc” secco, noi guardiamo Fredino con la mazza che ha fatto un giro di 180°. Sembra avere un lampo intorno, come nei fumetti della Marvel quando l’uomo ragno colpisce un nemico e tu leggi “pow”.
Il sasso fila come un “home run” e invece che a casa base, finisce a casa degli americani, volandogli sopra le teste.
Un lampo: ci alziamo tutti con bastoni e rametti in mano urlando “dai lancia, lancia, picc picc”
Qualcuno ci prova ma non è un lancio convinto e il nostro roteare di mazze improvvisate fa capire agli americani che erano stati battuti proprio con le loro armi migliori. Una gran battuta a baseball.
Ritirata degli americani, avanzata nostra fino alle ringhiere di casa loro per sottolineare che si erano arresi e poi ritorno a casa.
Alla sera, la cosa non era passata inosservata tanto che qualche genitore della comunità degli americani e qualcuno dei riccionesi si era parlato, arrivando alla conclusione che un conto sono le ragazzate ma che tutti avevamo esagerato.
Quindi per tutti una bella sgridata e qualche “tozzone” di contorno, con espressi divieti di invasione del territorio.
Il giorno dopo, solo Bila rideva.
Ma a noi è rimasto quel ricordo di Fredo in piedi sulla collinetta che batte “a casa base” e rimanda a casa loro gli americani.
Sarà anche stato un caso ma tutti quelli che erano lì quel giorno, per un po’ o per tanto tempo, sono stati poi tra i primi allievi della squadra riccionese di Baseball.
Bila adesso è un apprezzato artigiano. Ho avuto tutti e due i suoi figli tra i miei alunni e ogni tanto ci incontriamo e ridiamo delle nostre birichinate di allora.
Un giorno gli ho detto: “con tutte quelle che abbiamo combinato potrei scrivere un libro”
Si è messo a ridere e mi ha risposto: “ eh dai, così mi mandi i diritti”
Per un attimo ho rivisto gli occhi di Bila che ridevano e poi siamo tornati a fare i grandi. Tra qualche anno andrà a finire che su quelle collinette ci incontreremo portando a giocare i nostri nipotini.






2 commenti
Commovente
Grazie